In ricordo di Rocco Chinnici

by • luglio 29, 2013 • ComunicatiComments (0)1244

040-luogo-attentato-chinniciMedaglia d’oro al valore civile. Artefice della nascita del pool antimafia. Padre professionale senza il quale Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sarebbero diventati i valorosi magistrati che hanno dato lustro all’Italia e alle Istituzioni.

Esattamente trent’anni fa, il 29 luglio 1983, utilizzando per la prima volta nella storia della Repubblica un’autobomba, Cosa Nostra ammazzava Rocco Chinnici. Palermo come Beirut titolavano i quotidiani all’indomani della mattanza. E per l’ennesima volta (e purtroppo non sarebbe stata affatto l’ultima) a perdere la vita fu anche una persona che, pur consapevole di quanto fosse destabilizzante per il Paese la presenza della criminalità’ organizzata, non aveva dichiarato a essa nessuna guerra: anche Stefano Li Sacchi, portiere dello stabile di via Francesco Pipitone dove proprio Rocco Chinnici viveva con la sua famiglia, venne barbaramente ucciso. Insieme al magistrato siciliano vennero freddati il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, 32 anni e Salvatore Bartolotta, appuntato di 48 che insieme formavano l’esigua scorta che proteggeva il giudice. Lo stesso Chinnici aveva giurato guerra a Cosa nostra già’ molti anni prima di quel maledetto 29 luglio ’83 e in quella torrida estate la mafia gli presento’ il conto.

Era nato a Misilmeri, paesone di 30mila abitanti in provincia di Palermo, nel gennaio del ’25. A 22 anni consegue la laurea in giurisprudenza e a 27 mette piede, da magistrato, al Tribunale di Trapani. Per dodici anni, dal ’54 al ’66, si fa le ossa a Partanna, sempre nel Trapanese, come pretore. Poi, proprio nel ’66, il grande salto. Viene infatti destinato a Palermo presso l’ufficio Istruzione. Il suo ruolo e’ quello di giudice istruttore. A fine ’79, gia’ in Cassazione, la sua mente a dir poco brillante ma soprattutto lungimirante partorisce un’idea grazie alla quale, negli anni a venire, moltissimi italiani riscoprono l’orgoglio del Tricolore grazie ai trionfi di cui si fa protagonista la magistratura: a Rocco Chinnici viene infatti in mente di istituire il pool antimafia.

In Italia la sua figura viene ostacolata perché’ da’ fastidio e scalfisce in maniera costante lo status quo costituito dalla sbobba malefica criminalità organizzata/colletti bianchi mentre al di la’ dei confini nazionali le lodi a suo favore si sprecano. Ecco un suo ricordo: “Un mio orgoglio particolare e’ la dichiarazione degli americani secondo cui l’Ufficio Istruzione di Palermo e’ un centro pilota della lotta antimafia, un esempio per le altre Magistrature d’Italia. I magistrati dell’Ufficio Istruzione sono un gruppo compatto, attivo e battagliero”. I successi conseguiti grazie al maxiprocesso di Palermo sono il frutto del lavoro ciclopico svolto da lui stesso insieme alla crema della crema della magistratura i cui nomi sono conosciutissimi: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta.

Rocco Chinnici non e’ stato pero’ solamente un magistrato eccezionale per mole di lavoro di cui si faceva carico e intuizioni investigative ma anche un uomo di primissimo livello. Consapevole infatti di quanto fosse di primaria importanza la figura dell’insegnante e quindi della scuola per la formazione morale, sociale e culturale dei giovani, fu il primo esponente della magistratura a recarsi proprio nelle scuole per spiegare ai giovani i pericoli elevatissimi che la mafia portava con se’. Le sue frasi si’ brevi ma circostanziate sono dense di significato ma soprattutto, pur a distanza di trent’anni, attualissime: “Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai”.

Per comprendere e dare la giusta rilevanza all’eccezionale figura da lui rappresentata, basta ricordare un terrificante aneddoto: Antonino Saetta, giudice che inflisse diversi ergastoli ai responsabili della strage in cui perse la vita lo stesso Chinnici, venne a sua volta assassinato nel ’88 insieme a suo figlio Stefano, adolescente, mentre in auto erano di ritorno dal battesimo di un nipote.

Ecco le parole che compaiono sul cippo che spiega perche’ la sua persona sia stata meritevole della medaglia d’oro al valore civile: “Magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalita’ organizzata, consapevole dei rischi cui andava incontro quale Capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, dedicava ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la sfida sempre piu’ minacciosa lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Barbaramente trucidato in un proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificava la sua vita al servizio della giustizia, dello Stato e delle Istituzioni”.

Leandro Bracco

Pin It

Related Posts

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>