La strana storia del difficile dragaggio del porto di Pescara

by • giugno 22, 2012 • Comunicati, Riflessioni a 5 StelleComments (0)1794

dragaggio_portoPiccola storia del porto

Il problema del dragaggio nasce con l’inaugurazione del porto nel 1907. Fu realizzata una canaletta più stretta del bacino vecchio che serviva “a dare impeto alla corrente del fiume” e a porre l’ingresso del porto in acque più profonde. Questa soluzione ha fatto sì che il porto abbia funzionato per tutto il secolo, assicurando comodità d’ormeggio e sicurezza di navigazione. Anche perché l’ing. Mati aveva previsto la costruzione dei due moli su palafitte per evitare la risacca nel bacino vecchio.

Col passare degli anni la stazza e il pescaggio delle barche aumentava e quindi c’era bisogno di maggiori altezze d’acqua per manovrare. Dopo i primi decenni del 1900 si presentò il problema del dragaggio del bacino interno dove i fanghi, trasportati dal fiume si erano man mano accumulati per effetto del nuovo assetto portuale. Il problema venne risolto con l’arrivo di una draga, che lavorava tutto l’anno dentro il bacino svuotando in una chiatta il fango depositatosi sul fondo, che una bettolina man mano portava al largo, svuotandone il contenuto. Contenuto che era, all’inizio del secolo, fango pulito del fiume ma che negli anni, a causa degli insediamenti abitativi e industriali della città e della vallata, diventava sempre più inquinato.

La manutenzione del bacino è continuata con regolarità fino agli ultimi decenni del ’900, quando la vecchia draga è andata in pensione. Purtroppo da quando è andata in pensione la draga, la manutenzione del fiume è stata disattesa, tranne che per qualche dragaggio saltuario. E quella che era una manutenzione ordinaria non è stata più fatta dallo Stato.

Al problema dell’accumulo del fango nel fiume si sono aggiunte le nuove regole ambientali del Ministero aggiungendo al problema del reperimento dei soldi per effettuarlo quello del sito (a mare o a terra) dove scaricare i fanghi inquinati prelevati dal fondo del bacino. Se il fiume fosse rimasto pulito si sarebbe potuto scaricare a mare senza problemi, che è il metodo più semplice ed economico di fare il dragaggio, visto anche che il grosso del fango andava comunque a finire con la corrente direttamente in mare.

19 marzo 1984: il primo progetto, redatto su carta intestata del Ministero e firmato dall’ingegnere capo Giorgio Occhipinti e dal primo dirigente del Genio, Filippo Gambacorta viene approvato in consiglio comunale.

1986: in seguito a due prescrizioni del Consiglio superiore dei LL.PP. il comune commissiona – per 300 milioni di lire – uno studio alla soc. ESTROMED di Pomezia per “definire la configurazione più efficace”. Le modifiche sono funzionali alla creazione del porto turistico che nel frattempo è stato finanziato.

10 aprile 1992: esondazione fiume Pescara. Viene rilanciata la necessità di costruire la diga foranea che dovrebbe, non si capisce come, contrastare eventuali future inondazioni.

1997 viene completata la diga foranea non si sa se per mettere riparo alla risacca creatasi nel vecchio bacino portuale, provocata dal lisciamento dei due moli guardiani o se perché faceva già parte del nuovo progetto di porto del 1987

ottobre 1998: nell’ambito della campagna elettorale per il suo secondo mandato, Carlo Pace presenta  il progetto di completamento del porto di Pescara con la diga foranea.

2000, Fioccano le proteste:

  • a febbraio si nota già l’interrimento dei primi due trabocchi
  • a marzo c’è l’esposto dei pescatori alla procura della Repubblica per la pericolosità del porto e l’interrimento
  • ad Aprile c’è la relazione dell’arch. Alberto Polacco, esperto di pianificazione portuale che pone molti dubbi sulla bontà del progetto del nuovo porto.
  • a maggio c’è l’esposto dei balneatori in cui si lamenta l’inquinamento del litorale a seguito della costruzione della diga foranea e contro la costruzione del nuovo braccio del porto.
  • ottobre il consigliere Giovanni Damiani denuncia il fatto che il nuovo molo di levante non è stato sottoposto a procedura VIA

febbraio 2005 Studio dell’APAT sulla risoluzione dei problemi di interrimento e di inquinamento causati dalla diga. Si parla di creare varchi nella diga foranea sostenendo, erroneamente, che tali aperture potrebbero non arrivare fino al fondo marino ma fermarsi a due metri di profondità. Si risolverebbe il problema dell’inquinamento ma non quello dell’interrimento. Nel Documento Apat si asserisce tra l’altro (pag. 10): “Pertanto, per ripristinare in modo efficace la balneabilità delle zone a Nord della foce del Pescara è necessario intervenire tempestivamente modificando le strutture del porto, che inducono attualmente un ristagno delle acque dolci fluviali in prossimità del litorale a Nord di Pescara”. Dal 2005 gli enti preposti di tutto si sono occupati tranne che di fare ciò che l’APAT e il buon senso suggeriscono.

2005 nonostante le tante proteste termina la costruzione del nuovo porto (molo di levante). L’azione congiunta della diga e della darsena fanno da ostacolo alla corrente del fiume accentuando così i problemi: in pochi anni arrivano e difficoltà di navigazione nel porto prima impedendo l’ingresso a NW, poi rendendo più difficile anche l’ingresso a SE.

Ma veniamo a quello che è successo durante l’ultimo anno.

27 maggio 2011: secondo l’ARTA le analisi dei fanghi effettuate nell’avamporto sono pressoché uguali a quelle del 2009 e quindi è possibile lo scarico a mare degli stessi.

I 500.000 euro iniziali del Ministero e il milione e 900 mila euro della Capitaneria, successivi, sono “sfumati” con il dragaggio “metodo Nicolaj” (prelievo con la manina della sua posa-scogli, scarico della modesta quantità prelevata sulla banchina di levante, immissione nella macchina belga per la lavorazione di una quantità ancora più modesta, carico sui camion, trasporto verso la discarica di Moscufo – sequestrata dai carabinieri -, scarico nella stessa). Il risultato del dragaggio di circa 10.000 mc. non ha modificato di una virgola i fondali del porto.

Se si fosse trovato un sito a mare “disponibile” il costo del dragaggio sarebbe stato di 9 euro al mc., prezzo pagato dal Porto Turistico con una draga simile, e non di 112 euro come nel “metodo” Nicolaj; in questo modo la quantità di dragaggio possibile sarebbe stato di oltre 300.000 mc e sarebbe stato sufficiente per entrambi i bacini.

8 giugno 2011 : viene nominato Commissario per il porto e il dragaggio Guerino Testa, Presidente della Provincia.

luglio 2011: dopo un mese e mezzo dall’incarico, il dragaggio non è incominciato, i pescherecci continuano a strusciare sul fondo e alcuni dei più grandi si spostano a Ortona.

Il collegamento previsto con la Croazia tramite l’aliscafo veloce della SNAV non può essere effettuato perché i fondali della banchina dove avrebbe dovuto attraccare non sono più sufficienti e quindi l’aliscafo si sposterà ad Ortona.

Il commissario Guerino Testa annuncia che dragaggio del fiume Pescara partirà tra il 15 e il 30 settembre. Segue un Tavolo Tecnico dove sono presenti il numero due della Protezione civile Nicola Dell’Acqua, il professor Paolo Di Girolamo del Dipartimento di Ingegneria di struttura delle acque e del terreno dell’Università dell’Aquila, esponenti della direzione marittima, il direttore dell’Arta, Mario Amicone, rappresentanti dell’Ispra, Antonio Sorgi direttore dell’autorità ambientale della Regione Abruzzo, il vicesindaco del Comune di Pescara, Berardino Fiorilli, rappresentanti della Prefettura, e Bruno Santori presidente Confesercenti per illustrare il cronoprogramma delle operazioni relative al dragaggio

10 agosto 2011 In una conferenza stampa del Commissario Guerino Testa che l’ARTA ha dato parere favorevole allo scarico a mare in un sito già individuato a 5/6 miglia, al largo della costa, dei fanghi dragati nel porto: 120.000 mc. Seguirà il dragaggio di 180.000 mc. da usare come ripascimento per la costa sud, dato che le caratteristiche batteriologiche del materiale campionato lo permetterebbero

23 settembre 2011 -Dopo un’estate di tormenti, il Commissario Testa comunica che il dragaggio sarà ridotto a soli 76.000 mc. e riguarderà, per ora, soltanto l’avamporto vicino alla bocca di levante e il bacino di levante. Per la canaletta e il bacino vecchio si provvederà in seguito.

7 Dicembre 2011: – Arriva in porto la draga “Gino Cucco” per le sospirate operazioni di dragaggio nel porto-canale.

13 dicembre 2011: – La draga viene “bloccata” in porto dalla Procura Antimafia de L’Aquila su indagini del NOE, Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, che dice di aver trovato nei fanghi la presenza di Naftalene e Ddt. L’ARTA, l’Agenzia Regionale Tutela Ambiente, che aveva fatto gli esami preparatori per il dragaggio insieme all’ISPRA, Istituto Superiore Prevenzione e Ricerca Ambientale del Ministero, conferma che i loro dati erano “buoni” per dare il via alle operazioni.

15 dicembre 2011: L’ARTA dichiara che farà ripetere le analisi da altri suoi laboratori, ed anche da quello di ARTA-Marche.

16 dicembre 2011:Il Commissario Guerino Testa farà ripetere le analisi sui campioni prelevati anche da ARPAV-Veneto.

24 dicembre 2011: Da “Il Tempo”: «Non ci sono pesticidi». Parola alla Procura. Due giorni dopo le anticipazioni del «Tempo», i risultati ufficiali delle controanalisi sui sedimenti del porto confermano gli esiti precedenti: il livello di sostanze inquinanti è inferiore al limite fissato dalla legge e non c’è traccia di pesticidi. Il laboratorio di Ascoli Piceno dell’Arpa Marche ha ribadito ciò che avevano già rilevato le omologhe strutture di Pescara, Chieti e L’Aquila dell’Arta.

La verifica è stata fatta su due dei campioni fatti esaminare anche dai carabinieri del Noe, secondo il quale invece c’era la quantità di inquinanti era tale da portare al sequestro della draga che aveva appena iniziato a lavorare alla darsena e all’avamporto. In attesa della risposta dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), il direttore generale dell’Arta Mario Amicone ha espresso «soddisfazione per la ribadita credibilità dell’Agenzia. ».

Il porto di Babele e le imprese giuste.

E’ necessario che lo si dica con chiarezza: la diga foranea posizionata di fronte all’imboccatura del porto canale di Pescara è un macroscopico errore concettuale ancor prima che progettuale. Quello che sorprende è che, nonostante una lunga serie di pareri contrari da parte di autorevoli studiosi, questo costosissimo e disastroso progetto sia stato spinto per trent’anni con ottusa determinazione dalla politica locale che ha sempre fatto orecchio da mercante nei confronti di tutte le pur autorevoli e documentate critiche, desiderosa evidentemente di produrre comunque un’opera costosa e appariscente sulla quale lucrare consensi elettorali a breve termine e spendere fiumi di denaro pubblico da indirizzare su imprese amiche.

Sorprende altresì che, a quanto risulta, nessuna tra le persone o le categorie danneggiate, abbia finora sporto una denuncia contro i tecnici e gli amministratori responsabili di questo scandalo per i danni che la collettività ha ricevuto nel corso degli ultimi anni dalla creazione di un’opera la cui tipologia non è prevista nei più autorevoli testi di costruzioni marittime (i dettagli tecnici sono sviluppati nel capitolo successivo).

Allo stato attuale delle cose, i più gravi danni che sono stati causati alla collettività dalla costruzione della diga foranea sono:

  • sperpero di denaro pubblico per realizzare un’opera inutile e dannosa;
  • danno paesaggistico causato dall’impatto visivo della diga a largo del porto canale;
  • inquinamento permanente della costa a nord della foce, tanto che dal 2004 al 2010 la balneazione è stata permanentemente inibita dalla foce del fiume a Via Balilla per un tratto di circa 900 metri di litorale (e se dal 2010 le cose vanno in apparenza meglio ciò è solo dovuto al fatto che è cambiata la legge sulla balneazione e sono cambiati i limiti e le modalità per dichiarare il divieto);
  • presumibile peggioramento delle condizioni di balneabilità anche a nord di detto tratto;
  • interrimento del porto canale con conseguente necessità di costosi e frequenti dragaggi della foce e dello specchio d’acqua chiuso dalla diga;
  • problemi alla navigazione con rischi per l’ingresso al porto dei pescherecci con vento di tramontana;
    progressivo declassamento del porto di Pescara per impossibilità di accesso delle navi maggiori con perdita di traffico e connessi danni economici per l’imprenditoria e l’industria del turismo;
  • ulteriori interventi strutturali (molo di levante) e ulteriori esborsi di denaro pubblico, giustificati come tentativi di risolvere il problema creato ma che, al contrario, hanno avuto come unico risultato quello di aggravare la situazione.

Sinteticamente, tutti questi problemi possono essere raggruppati in tre macro-aree:

  1. Sperpero di denaro pubblico
  2. Interrimento del porto canale e del bacino antistante
  3. Inquinamento della costa e deterioramento della balneabilità del litorale.

Il danno economico

Per spese passate e future i cittadini, in qualità di contribuenti, e le imprese hanno subito un danno economico ingentissimo.

Per il passato: quattro milioni e mezzo di euro spesi per appalti assegnati e mai partiti, carotaggi, analisi, progetti, boe intelligenti e correntometri, ottenendo la chiusura del porto e la condanna a morte di un intero comparto economico.

Nell’autunno del 2010 il Provveditorato alle opere pubbliche fa una gara per scegliere la ditta che dovrà dragare il porto scegliendo la ditta Nicolaj per un importo di 500 mila euro finanziati dalla Regione. Ma i fanghi, si dice al tempo, sono inquinati. Per cui vanno dragati, stoccati a terra e portati in discarica. I lavori riescono a partire a febbraio. Ma in un mese e mezzo si portano via appena 2.000 metri cubi.

Il Provveditorato stanzia altri 1,9 milioni di euro e con una procedura d’urgenza affida di nuovo i lavori alla ditta Nicolaj che questa volta dovrebbe dragare 20 mila metri cubi. A maggio 2011 i lavori si fermano definitivamente: i carabinieri del Noe sequestrano per irregolarità la discarica in cui vengono smaltiti i fanghi. Il porto è ancora impraticabile ma nel frattempo 1,5 milioni di euro sono andati via.

Entra in scena il presidente della Provincia Guerino Testa che ha disposizione 2 milioni di euro stanziati dalla Regione. Vanno via in analisi (5-600.000 euro), in un correntometro arrivato dalla Svezia e boe intelligenti (780 mila euro) e onorari allo staff.

E in futuro? Dovremo affrontare spese di progettazione, realizzazione delle opere portuali ed accessorie come la nuova enorme “caserma sul mare” della Guardia di Finanza (non sarà eccessiva per un porto declassato, nei fatti, a rango di porticciolo peschereccio?), ma anche per le spese di dragaggio che saranno necessarie da qui all’eternità.

Le imprese che hanno un interesse diretto a che il porto sia funzionante e funzionale, vale a dire che stiamo perdendo:

  1. i pescatori (sono 80 i pescherecci adibiti alla pesca a strascico, 70 le vongolare e 10 le lampare, per un totale di 600 addetti in imprese per lo più a conduzione familiare con un volume d’affari, secondo i tabulati forniti dal mercato ittico, che si aggira sui 10 milioni di euro), sono ormai o fermi o si sono trasferiti nei porti vicini
  2. il cantiere navale per la manutenzione dei pescherecci con i pescatori che sono attualmente costretti a muoversi verso Giulianova, Ortona e San Benedetto
  3. il traghetto della SNAV. Il collegamento della Croazia nel 2009 ha portato 27 mila passeggeri, l’anno successivo 25 mila e nel 2011 solo 18 mila, partiti da Ortona, per l’inagibilità del porto di Pescara. Questo significa perdere l’opportunità di sfruttare il turismo in entrata (visitatori che potrebbero usare la nave per raggiungere l’Abruzzo) e in uscita (turismo locale diretto in Croazia, o alle isole Tremiti o magari in futuro – perché no? – verso altre destinazioni della costa adriatica come Montenegro, Albania, Grecia). E probabilmente il traghetto non tornerà più visto il duro rimprovero della SNAV al sindaco Mascia Articolo Primadanoi.it
  4. i balneatori (oltre 150 concessioni tra Pescara e Montesilvano con un fatturato di quasi 40 milioni annui), ristoratori e albergatori che sicuramente non sono facilitati nel formulare la propria offerta dall’impossibilità per Pescara di proporsi in maniera competitiva sul mercato dell’offerta balenare anche e sopratutto a causa delle scadenti condizioni dell’acqua di balneazione.

In parole povere secondo la Camera di Commercio abbiamo perso 25 milioni negli ultimi 3 anni (Articolo de Il Centro) e secondo la Capitaneria di Porto altri 15 se ne sono persi soltanto nel primo quadrimestre del 2012 (Articolo de Il Centro).

In un momento di crisi economica è una perdita intollerabile.

Il pericolo esondazione

inondzioneCome risulta da un rapporto a firma dell’assessore regionale alla Protezione Civile Gianfranco Giuliante c’è rischio concreto che Pescara sia devastata dall’esondazione del fiume. Premesso che il problema riguarda molti punti del percorso del fiume Pescara è altresì vero che le zone vicino alla foce hanno aumentato notevolmente il rischio esondazione a causa dell’interrimento del porto. Le immagini impresse nella mente dei pescaresi risalenti al 1992 potrebbero tornare ad essere una triste realtà.

Qualche semplice domanda:

  • Vi siete chiesti cosa sarebbe accaduto nel 1992 su la situazione fosse stata questa?
  • Cosa sarebbe successo questo inverno se invece di nevicare fosse piovuto?
  • Vi siete chiesti chi pagherà i danni di una futura esondazione?

La bizzarria della vicenda delle analisi dei sedimenti

I sedimenti di dragaggio secondo le analisi effettuate presso quattro diversi distretti ARTA sono idonei  ad essere smaltiti in mare aperto, dove sono peraltro già stati reperiti i siti adeguati, conterrebbero invece, secondo le analisi di un laboratorio privato, una elevata presenza di DDT che non consentirebbe questa forma di smaltimento. Il procuratore aquilano Alfredo Rossini, titolare dell’indagine, sembra stranamente propenso a dare più peso alle analisi del laboratorio privato piuttosto che a quelle di quattro diversi laboratori pubblici. La conseguenza, però, è che lo smaltimento dei circa 500.000 metri cubi di materiale nei siti idonei in mare aperto costerebbe alla collettività “solo” (si fa per dire) 10 euro a metro cubo mentre  in discarica il costo è dieci volte superiore. In pratica si tratta di pagare 50 milioni di euro anziché 5, e la cosa non mi sembra di poco conto!

Possibili soluzioni

Eppure basterebbe poco per sbloccare la situazione. Tutto nasce dall’incredibile querelle sulle analisi dei fanghi che hanno bloccato tutto. Ma basterebbe sapere che con i fanghi (anche inquinati) nei paesi del nord Europa ci si fa materiale da costruzione ed ecco che in un secondo il problema si è trasformato in opportunità.

E non ci sarebbe nemmeno bisogno di fare tanti chilometri, basta guardare in qualche regione vicina, per scoprire come ridurre drasticamente il problema del dragaggio periodico che potrebbe quasi sparire con l’adozione delle “trappole per la sabbia” Articolo Cityrumors.

Queste sono solo un paio tra le tante ragionevoli proposte che in questi anni sono state indicate ai nostri politici e costantemente ignorate.  E’ tempo che ci spieghino perché

Certo, resta poi la scelta politica di cosa fare del nostro porto, ma questa è un’altra storia, quella del Piano Regolatore Portuale, che speriamo si concluda presto con una scelta che sia ispirata dalle esigenze della cittadinanza più che quelle dei politici e delle imprese amiche.

Conclusioni

In conclusione, per le manie di grandezza di una classe politica incapace di capire che lo sviluppo di una città non si misura in metri cubi di cemento e per l’insipienza di manipoli di tecnici inutilmente stipendiati, abbiamo sfigurato prima e reso inservibile poi il porto di Pescara, spendendo somme notevolissime per ottenere questo deludente risultato; non solo abbiamo depresso intere e importanti categorie economiche cittadine, rendendo difficile o impossibile il loro operare; non solo ci toccherà eseguire un costoso quanto inutile dragaggio per ridare un minimo di funzionalità nel breve periodo al nostro agonizzante porto di Babele; ma per un’astrusa presa di posizione di un magistrato aquilano, che tra l’altro vanifica oltre al lavoro anche la dignità dell’ARTA, questo inutile intervento è destinato a costare dieci volte di più di quello che potrebbe ragionevolmente costare. E alla fine dei conti, ancora una volta gli unici a guadagnarci sono le imprese. Quelle giuste, naturalmente.

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