Per non dimenticare: PDL=PD 3

by • agosto 17, 2013 • Riflessioni a 5 StelleComments (1)979

Se non vi sono bastate le prime due puntate eccoci arrivati alla terza, sicuramente una delle più corpose. Qui pd e pdl si sono davvero impegnati ed hanno effettivamente dato il meglio di se stessi.

Stiamo parlando del secondo governo Berlusconi e siamo nei primi anni 2000

  1. Rogatorie (2001). Berlusconi torna a Palazzo Chigi e fa subito approvare una legge che cancella le prove giunte dall’estero per rogatoria ai magistrati italiani, comprese ovviamente quelle che dimostrano le corruzioni dei giudici romani da parte di Previti & C. La legge 367/2001 stabilisce l’inutilizzabilità di tutti gli atti trasmessi da giudici stranieri che non siano «in originale» o «autenticati» con apposito timbro, che siano giunti via fax, o via mail o brevi manu o in fotocopia o con qualche vizio di forma. Anche se l’imputato non ha mai eccepito sulla loro autenticità, vanno cestinati. Poi, per fortuna, i tribunali scoprono che la legge contraddice tutte le convenzioni internazionali ratificate dall’Italia e tutte le prassi seguite da decenni in tutta Europa. E, siccome quelle prevalgono sulle leggi nazionali, disapplicano la legge sulle rogatorie, che resterà lettera morta.
  2. Falso in bilancio (2002). Avendo cinque processi per falso in bilancio, il 28 settembre 2001 la Casa delle libertà approva la legge delega 61 che incarica il governo di riformare i reati societari. Il che avverrà all’inizio del 2002 coi decreti delegati: abbassano le pene da 5 a 4 anni per le società quotate e addirittura a 3 per le non quotate (prescrizione più breve, massimo 7 anni e mezzo per le prime e 4 e mezzo per le seconde; e niente più custodia cautelare né intercettazioni); rendono il falso per le non quotate perseguibile solo a querela del socio o del creditore; depenalizzano alcune fattispecie di reato (come il falso in bilancio presentato alle banche); fissano amplissime soglie di non punibilità (per essere reato, il falso in bilancio dovrà superare il 5 per cento del risultato d’esercizio, l’1 per cento del patrimonio netto, il 10 per cento delle valutazioni. Così tutti i processi al Cavaliere per falso in bilancio vengono cancellati: o perché manca la querela dell’azionista (B. non ha denunciato B.), o perché i falsi non superano le soglie («il fatto non è più previsto dalla legge come reato»), o perché il reato è ormai estinto grazie alla nuova prescrizione lampo.
  3. Mandato di cattura europeo (2001). Unico fra quelli dell’Ue, il governo Berlusconi rifiuta di ratificare il «mandato di cattura europeo», ma solo relativamente ai reati finanziari e contro la pubblica amministrazione. Secondo Newsweek, Berlusconi «teme di essere arrestato dai giudici spagnoli» per l’inchiesta su Telecinco. L’Italia ottiene di poter recepire la norma comunitaria soltanto dal 2004.
  4. Il giudice trasferito (2001). Il 31 dicembre, mentre gli italiani festeggiano il capodanno, il ministro della Giustizia Roberto Castelli, su richiesta dei difensori di Previti, nega contro ogni prassi la proroga in tribunale al giudice Guido Brambilla, membro del collegio che conduce il processo Sme-Ariosto, e dispone la sua «immediata presa di possesso» presso il Tribunale di sorveglianza dov’è stato trasferito da qualche mese, senza poter completare i dibattimenti già avviati. Così il processo Sme dovrebbe ripartire da zero dinanzi a un nuovo collegio. Ma poi interviene il presidente della Corte d’Appello con una nuova «applicazione» di Brambilla in tribunale sino alla fine del 2002.
  5. Cirami (2002). I difensori di Previti e Berlusconi chiedono alla Cassazione di spostare i loro processi a Brescia perché a Milano l’intero tribunale sarebbe prevenuto contro di loro. E, per oliare meglio il meccanismo, reintroducono la «legittima suspicione» per motivi di ordine pubblico, vigente un tempo, quando i processi scomodi traslocavano nei «porti delle nebbie» per riposarvi in pace. È la legge Cirami 248, approvata il 5 novembre 2002. Ma nemmeno questa funziona: la Cassazione, nel gennaio 2003, respinge la richiesta di trasferire i processi a Berlusconi: il tribunale di Milano è sereno e imparziale.
  6. Patteggiamento allargato (2003). Sfumato il trasloco dei processi, bisogna inventarsi qualcosa per rallentarli prima che arrivino le sentenze, intanto si inventerà qualcos’altro: ecco dunque, nell’estate 2003, una nuova legge ad personam, quella sul patteggiamento allargato, che consentirà a qualunque imputato di chiedere 45 giorni di tempo per valutare se patteggiare o meno, guadagnando tempo fino a dopo le vacanze. La norma diventa legge l’11 giugno 2003: Berlusconi ormai è salvo grazie al lodo Schifani, ma Previti no. Dunque annuncia che utilizzerà la nuova legge sul patteggiamento allargato. Così i giudici devono dargli un mese e mezzo di tempo per decidere se patteggiare o meno. Non lo farà, ovviamente, ma intanto i processi sono sospesi fino a settembre-ottobre.
  7. Lodo Maccanico-Schifani (2003). Le sentenze Sme e Mondadori incombono. Su proposta del senatore della Margherita Antonio Maccanico, il 18 giugno 2003 la Casa delle libertà approva la legge 140, primo firmatario Renato Schifani, che sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del Senato, del Consiglio e della Consulta (il provvedimento contiene anche la legge Boato, trasversale, che vieta ai giudici di utilizzare senza la previa autorizzazione delle Camere le intercettazioni «indirette», cioè disposte su utenze di privati cittadini, quando questi parlano con parlamentari). I processi a Berlusconi si bloccano in attesa che la Consulta esamini le eccezioni di incostituzionalità sollevate dal tribunale di Milano. E ripartono nel gennaio 2004, quando la Corte boccia il «lodo».
  8. Ex Cirielli (2005). Il 29 novembre 2005 la Casa delle libertà vara la legge ex Cirielli (l’ha disconosciuta persino il suo proponente), che riduce la prescrizione per gli incensurati e trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni (Previti ha appena compiuto 70 anni, Berlusconi sta per compierli). La legge porta i reati prescritti da 100 a 150 mila all’anno, decima i capi di imputazione del processo Mediaset (la frode fiscale passa da 15 a 7 anni e mezzo) e annienta il processo Mills (la corruzione anche giudiziaria si prescrive non più in 15 anni, ma in 10).
  9. Condono fiscale (2002). La legge finanziaria 2003 varata nel dicembre 2002 contiene il condono tombale. Berlusconi giura che non ne faranno uso né lui né le sue aziende. Invece Mediaset ne approfitta subito per sanare le evasioni di 197 milioni di euro contestate dall’Agenzia delle entrate pagandone appena 35. Anche Berlusconi usa il condono per cancellare con appena 1.800 euro un’evasione di 301 miliardi di lire contestata dai pm di Milano. 33. Condono ai coimputati (2003). Col decreto 143 del 24 giugno 2003, presunta «interpretazione autentica» del condono, il governo ci infila anche coloro che hanno «concorso a commettere i reati», anche se non hanno firmato la dichiarazione fraudolenta. Cioè il governo Berlusconi salva anche i 9 coimputati del premier, accusati nel processo Mediaset di averlo aiutato a evadere con fatture false o gonfiate.
  10. Pecorella (2006). Salvato dalla prescrizione nel processo Sme grazie alle attenuanti generiche, Berlusconi teme che in appello gli vengano revocate, con conseguente condanna. Così il suo avvocato Gaetano Pecorella, presidente della commissione Giustizia della Camera, fa approvare nel dicembre 2005 la legge che abolisce l’appello, ma solo quando lo interpone il pm contro assoluzioni o prescrizioni. In caso di condanna in primo grado, invece, l’imputato potrà ancora appellare. Il presidente Ciampi respinge la Pecorella in quanto incostituzionale. Berlusconi allunga di un mese la scadenza della legislatura per farla riapprovare tale e quale (legge 46) nel gennaio 2006. Ciampi stavolta è costretto a firmarla. Ma poi la Consulta la boccia in quanto incostituzionale.
  11. Legge ad Legam (2005). Dal 1996 la procura di Verona indaga su una quarantina tra dirigenti politici e attivisti della Lega Nord sparsi fra il Piemonte, la Liguria, la Lombardia e il Veneto, accusati di aver organizzato una formazione paramilitare denominata Guardia nazionale padana, con tanto di divisa: le celebri camicie verdi, i guardiani della secessione. Processo che all’inizio vede imputati anche Bossi, Maroni, Borghezio, Speroni, Calderoli e altri quattro alti dirigenti che erano anch’essi parlamentari all’epoca dei fatti. I capi di imputazione formulati dal procuratore Guido Papalia sulla scorta di indagini della Digos e di copiose intercettazioni telefoniche, in cui molti protagonisti parlavano di fucili e armi varie, sono tre: attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato, costituzione di una struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due vengono depenalizzati dal centro-destra con una leggina «ad Legam» nel 2005, con la scusa di cancellare i «reati di opinione», retaggio del codice «fascista»: così gli attentati alla Costituzione e all’unità e all’integrità dello Stato non sono più reati, salvo in caso di uso effettivo della violenza. Resta l’ultimo reato, la costituzione di banda armata a scopo politico, ma a questo – come vedremo – provvederà il terzo governo Berlusconi.
  12. Legge anti-Csm (2002). Castelli riforma subito il Csm, riducendone i componenti e le competenze con la scusa di colpirne il sistema correntizio. La legge passa il 27 marzo 2002: nuovo sistema elettorale (collegio elettorale unico, nessuna lista di corrente, candidature individuali) e taglio degli organici da 30 a 24 membri (8 laici e 16 togati, di cui 10 giudici, 2 magistrati di Cassazione e solo 4 pm). Il Csm era passato da 21 a 30 membri nel 1975, quando i giudici in Italia erano meno di 6 mila. Ora che sono, compresi gli onorari, 18 mila, si torna indietro e si scende a 24. Una controriforma fatta apposta per far collassare il Csm, svilirlo e ridurlo alla paralisi e al silenzio.
  13. Ordinamento giudiziario Castelli (2005). Il 1° dicembre 2004 la Casa delle libertà approva la legge delega del ministro Castelli che riforma l’ordinamento giudiziario. Il 16 dicembre Ciampi la respinge perché «palesemente incostituzionale» in almeno quattro punti. Ma la maggioranza la riapprova tale e quale, salvo lievissime modifiche, il 25 luglio 2005. Scompaiono soltanto le norme più dichiaratamente incostituzionali: quella che sgancia la polizia giudiziaria dal pm per sottoporla in esclusiva al governo; quella che affida al parlamento la scelta delle priorità dei reati da perseguire; quella che affida alla Cassazione un ruolo di guida e controllo gerarchico su tutta la magistratura, nelle progressioni in carriera e nelle scuole di formazione (dirette da un comitato di membri eletti col «concerto» del ministro). Per il resto, tutto confermato. Si torna agli anni più bui della giustizia italiana: una carriera selettiva che imbriglia i giudici in un’intricata rete di concorsi formalistici; uno svilimento delle competenze del Csm; una ristrutturazione verticistica e gerarchica delle procure, con il capo dominus assoluto dell’azione penale e il «potere diffuso» dei sostituti ridotto al nulla; una separazione surrettizia delle carriere di pm e giudici, accompagnata da «esami psico-attitudinali» per i neomagistrati, già previsti nel piano della P2; il divieto per i pm di spiegare le loro inchieste alla stampa; e infine l’obbligatorietà dell’azione disciplinare su qualunque esposto venga presentato contro un magistrato, anche il più infondato e pretestuoso. Per fortuna, la legislatura scade nel 2006 prima che il governo abbia il tempo di esercitare la delega con i decreti attuativi. Basterebbe che il centro-sinistra, come ha promesso agli elettori, cancellasse la Castelli e l’incubo svanirebbe. Ma non sarà così.
  14. Due norme anti-Caselli più una (2004-2005). Gian Carlo Caselli, procuratore a Palermo, ha osato processare anche i politici mafiosi. Bisogna punirlo. Il governo Berlusconi prima lo licenzia nel 2002 da rappresentante dell’Italia nella nascente procura europea Eurojust. Poi, nel 2004, quando si candida a procuratore nazionale antimafia al posto di Pier Luigi Vigna, approva tre norme (una contenuta nell’ordinamento giudiziario, più altre due) per sbarrargli la strada e favorire l’altro candidato, Piero Grasso. L’ordinamento Castelli stabilisce, di fatto, che per diventare procuratore nazionale antimafia bisogna avere meno di 66 anni. Caselli compirà 66 anni il 9 maggio 2005 e Vigna scade il 15 gennaio 2005. Dunque la Castelli proroga pure il mandato a Vigna fino al 1° agosto 2005, quando compirà 72 anni. Così Caselli avrà già 66 anni e non potrà concorrere a succedergli. Come abbiamo visto, però, Ciampi boccia la Castelli. E il procuratore torna in pista.
  15. Ma il 30 dicembre il governo infila nel decreto «milleproroghe» un articoletto di tre righe che riproroga Vigna fino ad agosto. Seconda norma ad personam contro Caselli. Alla Camera, in sede di conversione, le assenze nella Casa delle libertà consentono al centro-sinistra di bocciarla, ma Rifondazione si astiene e la norma passa. Senza il nuovo ordinamento Castelli, però Caselli può comunque concorrere perché non è ancora in vigore il limite dei 66 anni: basta che il Csm faccia subito la nomina e il problema è risolto. Ecco dunque un emendamento all’ordinamento giudiziario, firmato da Luigi Bobbio di An, che prevede l’immediata entrata in vigore dei nuovi limiti di età. Perché – spiega Bobbio, spudorato – «dobbiamo avere la certezza che Caselli non vada alla superprocura». È la terza e decisiva norma ad personam contro Caselli: il Csm nomina Grasso, unico candidato superstite. Nel 2007 la Consulta dichiarerà incostituzionale la legge anti-Caselli. Tra i primi a felicitarsene – con quasi due anni di ritardo – sarà Piero Grasso: «Sono contento, quella era una legge che non ho condiviso». L’ha semplicemente usata. Unico magistrato della storia repubblicana nominato da un governo. E che governo.
  16. Legge pro Carnevale (2004). Se Caselli non deve più occuparsi di mafia, la Casa delle libertà si prodiga per rimettere la toga a un giudice che ha ben meritato nel settore: Corrado Carnevale. L’ex «ammazzasentenze» si è dimesso dalla magistratura nel 2002 dopo la condanna in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma poi la Cassazione ha annullato la condanna. Nel dicembre 2003 spunta una normetta ad personam che consente il rientro in servizio dei dipendenti pubblici sospesi o autopensionati in seguito a procedimenti penali e poi assolti. Proprio il caso di Carnevale. La norma è bipartisan: Santanchè (An), Maccanico (Margherita), Mastella (Udeur), Villetti (Sdi), Boato e Luana Zanella (Verdi). E viene approvata come emendamento alla finanziaria il 24 dicembre 2003 da tutti i partiti, Ds esclusi. Dal 2006 l’uomo che cassava le sentenze contro i boss, riceveva avvocati e imputati di mafia anche a casa propria, definiva «cretino» e «faccia da caciocavallo» Falcone e considerava Borsellino un incapace, è di nuovo un magistrato e viene reintegrato in Cassazione come presidente di una sezione civile per altri 6 anni e mezzo: cioè fino al 2013, quando ne avrà 83 (8 in più dell’età massima pensionabile per i magistrati). Per uno come lui, 83 anni non sono mai troppi. Per Caselli, invece, bastano e avanzano 66.
  17. La trappola del 41bis (2002). Il punto 2 del papello di Riina recitava: «Annullamento decreto 41bis». Ma il 19 dicembre 2002 il governo Berlusconi fa approvare la legge 279 che trasforma il 41bis da provvedimento straordinario, rinnovato di semestre in semestre in via amministrativa dal ministro della Giustizia, in una misura stabile dell’ordinamento penitenziario. Pare un durissimo attacco alla mafia. Invece, di fatto, la nuova legge sortisce l’effetto opposto a quello dichiarato: centinaia di boss otterranno la revoca del 41bis dai Tribunali di sorveglianza. Per due motivi. 1) Una serie di difficoltà interpretative nate dalla nuova legge, trasformate dai difensori dei boss mafiosi in altrettante crepe per scardinare il sistema del carcere duro. 2) Se prima era difficilissimo per i boss far revocare il 41bis, visto che i tempi dei ricorsi erano più lunghi di quelli delle proroghe semestrali, e ogni volta bisognava ricominciare daccapo, da quando il regime carcerario è definitivo c’è tutto il tempo per chiedere e ottenere l’annullamento del carcere duro.
  18. Illeciti contabili condonati (2005). Nella finanziaria del 2006, varata nel dicembre 2005, la Casa delle libertà introduce un colpo di spugna per i politici e gli amministratori pubblici condannati dalla Corte dei Conti. Il meccanismo del condono – denunciato dal procuratore generale della Corte Vincenzo Apicella – è semplice. I condannati nei giudizi di primo grado per «danno erariale» (cioè, in larga parte, i tangentisti che dovrebbero restituire il maltolto) possono chiedere alle sezioni d’Appello della Corte di definire il giudizio pagando una somma tra il 10 e il 20 per cento del danno quantificato nella sentenza. Il giudice, sentito il procuratore, può accogliere la richiesta nella misura massima del 30 per cento. Un bel regalo ai furbetti della pubblica amministrazione: un condono da centinaia di milioni.
  19. Raddoppio del finanziamento ai partiti (2002). Per le elezioni del 2001 i partiti hanno incassato 93 milioni di euro: più del quadruplo di quanto avevano speso per quelle del 1996 (20 milioni). Ma i soldi non bastano mai. Così nel 2002, mentre si scontrano in parlamento e in piazza sulle leggi vergogna del governo Berlusconi, destra e sinistra presentano una leggina bipartisan per festeggiare l’arrivo dell’euro: con un cambio di favore, si passa da 800 lire a 1 euro per ogni elettore da moltiplicare per quattro (Camera, Senato, Europa, Regioni). E attenzione: gli elettori a cui succhiare i soldi non si calcolano su quelli che votano (37 milioni), ma su quelli iscritti alle liste elettorali della Camera (50,5 milioni): vale anche per le elezioni al Senato, dove però votano 4 milioni di elettori in meno. Per evitare che si noti troppo la sproporzione fra le spese effettivamente sostenute nelle campagne elettorali e i presunti «rimborsi» incassati, i tesorieri dei partiti gonfiano pure le spese: cioè le quadruplicano, infilando nei bilanci elettorali ogni sorta di esborsi per viaggi, pranzi, telefoni. Così, se le elezioni del 1994 erano costate 36 milioni, quelle del 1996 appena 20 milioni, quelle del 2006 addirittura 93 milioni, quelle del 2008 ne costeranno la bellezza di 136 (ma i partiti ne riceveranno 503 in cinque anni: 10 euro per ogni elettore, con un guadagno netto del 270 per cento sulle spese effettivamente sostenute). Ultima chicca: la nuova norma assicura i rimborsi per tutti e cinque gli anni della legislatura, anche se questa si interrompe anzitempo con le elezioni anticipate. Quella nata dalle elezioni del 2006 vinte di misura dall’Unione di Prodi, per esempio, si chiuderà già nel gennaio 2008, ma i partiti incasseranno i rimborsi per le elezioni 2006 fino al 2011, cumulandoli con quelli della nuova legislatura nata nel 2008. Di aumento in aumento, di ritocco in ritocco, nel 2006 il totale dei rimborsi elettorali raggiunge la cifra record di 200 milioni. Se nel 1993 ogni italiano versava ai partiti 1,1 euro, nel 2006 ne sborsa 10. Nel dicembre 2009 la Corte dei Conti rivelerà che nei 15 anni della Seconda Repubblica i partiti hanno prelevato dalle casse dello Stato un totale di 2,2 miliardi di euro.
  20. Condonate le tangenti (2006). Nel febbraio 2006 il governo Berlusconi si congeda dalla legislatura con un’ultima leggina vergogna. Che passa quasi del tutto inosservata, anche perché fa molto comodo a tutti i partiti: quella che rende possibile la cartolarizzazione e la cessione a terzi, senz’alcun limite, dei loro crediti; esenta da responsabilità civile i loro amministratori; costituisce un «fondo di garanzia» per pagarne i debiti; e soprattutto decuplica da 5 a 50 mila euro il tetto sotto il quale i partiti possono ricevere versamenti da privati senza l’obbligo di dichiararli nella certificazione annua al parlamento e senza rischiare l’incriminazione per finanziamento illecito. È un’enorme franchigia per i fondi neri ai partiti e ai singoli politici, che potranno così incassare clandestinamente fino a un equivalente di 100 milioni l’anno pro capite senza più commettere reato. Il tutto mentre la controriforma elettorale Calderoli – proporzionale con liste bloccate, senza preferenze – esime i candidati dall’incomodo (e dalle spese) della propaganda elettorale.
  21. Frattini (2002). Il 28 febbraio 2002 la Casa delle libertà approva la legge Frattini sul conflitto d’interessi: chi possiede aziende e va al governo, ma di quelle aziende è soltanto il «mero proprietario», non è in conflitto d’interessi e non è costretto a cederle. Unica conseguenza per il premier: deve lasciare la presidenza del Milan
  22. Gasparri 1(2003). In base alla nuova sentenza della Consulta del 2002, entro il 31 dicembre 2003 Rete4 deve essere spenta e passare sul satellite. Il 5 dicembre la Casa delle libertà approva la legge Gasparri sulle tv: Rete4 può seguitare a trasmettere «ancorché priva di titolo abilitativo», cioè anche se non ha più la concessione dal 1999; il tetto antitrust del 20 per cento sul totale delle reti non va più calcolato sulle 10 emittenti nazionali, ma su 15 (compresa Telemarket). Dunque Mediaset può tenersi le sue tre tv. Quanto al tetto pubblicitario del 20 per cento, viene addirittura alzato grazie al trucco del «Sic», che include un panel talmente ampio di situazioni da sfiorare l’infinito. Confalonieri calcola che Mediaset potrà espandere i ricavi di 1-2 miliardi di euro l’anno. Ma il 16 dicembre Ciampi rispedisce la legge al mittente: è incostituzionale.
  23. Salva-Rete4 (2003). Mancano due settimane allo spegnimento di Rete4. Alla vigilia di Natale, Berlusconi firma un decreto salva-Rete4 (n.352) che concede alla sua tv l’ennesima proroga semestrale, in attesa della nuova Gasparri.
  24. Gasparri 2 (2004). La nuova legge approvata il 29 aprile 2004, molto simile a quella bocciata dal Quirinale, assicura che Rete4 non sfora il tetto antitrust perché entro il 30 aprile il 50 per cento degli italiani capteranno il segnale del digitale terrestre, che garantirà loro centinaia di nuovi canali. Poi però si scopre che, a quella data, solo il 18 per cento della popolazione riceve il segnale digitale. Ma l’Agcom dà un’interpretazione estensiva della norma: basta che in un certo luogo arrivi il segnale digitale di una sola emittente, per considerare quel luogo totalmente digitalizzato. Rete4 è salva, Europa 7 è ancora senza frequenze.
  25. Decoder di Stato (2004). Per gonfiare l’area del digitale, la finanziaria per il 2005 varata nel dicembre 2004 prevede un contributo pubblico di 150 euro nel 2004 e di 70 nel 2005 per chi acquista il decoder per la nuova tecnologia televisiva. Fra i principali distributori di decoder c’è Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, titolare di Solaris (che commercializza il decoder Amstrad).
  26. Salva-decoder (2003). Il digitale terrestre è un affarone per Mediaset, che vi trasmette partite di calcio a pagamento, ma teme il mercato nero delle tessere taroccate: prontamente, il 15 gennaio 2003, il governo che ha depenalizzato il falso in bilancio porta fino a 3 anni con 30 milioni di multa la pena massima per smart card fasulle per le pay tv.
  27. Salva-Milan (2002). Col decreto 282/2002, convertito in legge il 18 febbraio, il governo Berlusconi consente alle società di calcio, quasi tutte indebitatissime, di ammortizzare sui bilanci 2002 e spalmare nei dieci anni successivi la svalutazione dei cartellini dei giocatori. Il Milan risparmia 242 milioni di euro.
  28. Salva-diritti tv (2006). Forza Italia blocca il disegno di legge, appoggiato da tutti gli altri partiti di destra e di sinistra, per modificare il sistema di vendita dei diritti tv del calcio in senso «collettivo» per non penalizzare le società minori privilegiando le maggiori. Il sistema resta dunque «soggettivo», a tutto vantaggio dei maggiori club: Juventus, Inter e naturalmente Milan.
  29. Via la tassa di successione (2001). Il 28 giugno 2001 il governo Berlusconi abolisce la tassa di successione per i patrimoni superiori ai 350 milioni di lire (fino a quella cifra l’imposta era già stata abrogata dall’Ulivo). Per combinazione, il premier ha cinque figli e beni stimati in 25 mila miliardi di lire.
  30. Autoriduzione fiscale (2004). Nel 2003, secondo Forbes, Berlusconi è il 45° uomo più ricco del mondo con un patrimonio personale di 5,9 miliardi di dollari. Nel 2005 balza al 25° posto con 12 miliardi. Così, quando a fine 2004 il suo governo abbassa le aliquote fiscali per i redditi dei più abbienti, L’espresso calcola che Berlusconi risparmierà 764.154 euro all’anno.
  31. Plusvalenze esentasse (2003). Nel 2003 Tremonti vara una riforma fiscale che detassa le plusvalenze da partecipazione. La riforma viene subito utilizzata dal premier nell’aprile 2005 quando cede il 16,88 per cento di Mediaset detenuto da Fininvest per 2,2 miliardi di euro, risparmiando 340 milioni di tasse.
  32. Sondaggi a spese nostre. Sondaggi a raffica sul presidente del Consiglio Silvio Berlusconi pagati con soldi pubblici: la brillante idea è di due senatori di Forza Italia, Salvatore Lauro e Mario Ferrara, che ne ricavano un emendamento alla legge finanziaria 2005, subito approvato dalla Cdl. In discussione in realtà erano il finanziamento e il programma delle celebrazioni per Cristoforo Colombo, ma nottetempo una mano furtiva ha inserito un ultimo comma che sembra fatto su misura per il premier. Il quale potrà consultare «enti o istituti di ricerca, pubblici o privati, istituti demoscopici nonché consulenti dotati di specifica professionalità». Per compensare tutti questi soggetti, la finanziaria stanzia 6 milioni di euro. Scopo ufficiale: monitorare costantemente «le politiche pubbliche adottate dal governo».
  33. Villa abusiva con condono (2004). Il 6 maggio 2004, mentre La Nuova Sardegna svela gli abusi edilizi a Villa Certosa, Berlusconi fa approvare due decreti. Il primo stabilisce l’approvazione del piano nazionale antiterrorismo e contiene anche un piano (segretato) per la sicurezza di Villa Certosa. Il secondo individua la residenza di Berlusconi in Sardegna come «sede alternativa di massima sicurezza per l’incolumità del presidente del Consiglio e per la continuità dell’azione di governo». Ed estende il beneficio anche a tutte le altre residenze del premier e famiglia sparse per l’Italia. Così si bloccano le indagini sugli abusi edilizi nella sua villa in Costa Smeralda. Poi nel 2005 il ministro dell’Interno Pisanu toglie il segreto. Ma ormai è tardi. La legge 208 del 2004, varata in tutta fretta dal governo Berlusconi, estende il condono edilizio del 2003 anche alle zone protette: come quella in cui sorge la sua villa. Prontamente la Idra Immobiliare, proprietaria delle residenze private del Cavaliere, presenta dieci diverse richieste di condono edilizio. E riesce a sanare tutto per la modica cifra di 300 mila euro. Nel 2008 il tribunale di Tempio Pausania chiude il procedimento per gli abusi edilizi perché in gran parte condonati grazie a un decreto voluto dal mero proprietario della villa.
  34. Ad Mediolanum (2005). Nonostante le resistenze del ministro del Welfare, Roberto Maroni, Forza Italia impone una serie di norme favorevoli alle compagnie assicurative nella riforma della previdenza integrativa e complementare (decreto legge 252/2005), fra cui lo spostamento di 14 miliardi di euro verso le assicurazioni, alcune norme che forniscono fiscalmente la previdenza integrativa individuale (a beneficio anche di Mediolanum, di proprietà di Berlusconi e Doris) e soprattutto lo slittamento della normativa al 2008 per assecondare gli interessi della potente lobby degli assicuratori (di cui Mediolanum è una delle capofila). Intanto, nel gennaio del 2004, le Poste Italiane con un appalto senza gara hanno concesso a Mediolanum l’utilizzo dei 16 mila sportelli postali sparsi in tutta Italia.
  35. Ad Mondadori 1 (2005). Il 9 giugno 2005 il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti stipula un accordo con le Poste Spa per il servizio «Postescuola»: consegna e ordinazione – per telefono e online – dei libri di testo destinati agli alunni della scuola secondaria. Le case editrici non consegneranno i loro volumi direttamente, ma tramite la Mondolibri Bol, una società posseduta al 50 per cento da Arnoldo Mondadori Editore Spa, di cui è mero proprietario Berlusconi. L’Antitrust esamina il caso, ma pur accertando l’indubbio vantaggio per le casse Mondadori, non può censurare l’iniziativa perché a firmare l’accordo non è stato il premier, ma la Moratti.
  36. Ad Mondadori 2 (2005). L’8 febbraio 2005 scatta l’operazione «E-book», per il cui avvio il governo stanzia 3 milioni. E a chi affidano la sperimentazione i ministri Moratti (Istruzione) e Stanca (Innovazione)? A Mondadori e Ibm: la prima è di Berlusconi, la seconda ha avuto come vicepresidente Stanca fino al 2001.
  37. Due scudi fiscali (2001-2003). Il 25 settembre 2001 il governo Berlusconi vara il decreto Tremonti 350 sul rientro dei capitali guadagnati e/o detenuti all’estero: quelli illegalmente esportati, ma spesso anche illegalmente accumulati commettendo reati. Si tratta contemporaneamente di una legge «ad aziendam», «ad aziendas», ma soprattutto «ad mafiam». Chiunque vorrà rimpatriare i propri tesori parcheggiati oltre frontiera potrà farlo depositandoli presso una banca italiana che funge anche da «mediatore»: cioè trattiene, per conto dello Stato, una modica tassa del 2,5 per cento (invece delle normali aliquote d’imposta che arrivano al 50-60 per cento) e rilascia al cliente una «dichiarazione riservata» di ricevuta. Ma la novità più ghiotta è l’assoluto anonimato garantito a chi compie l’operazione: un regalo che non ha precedenti nella storia dei ben 22 fra condoni e amnistie del dopoguerra. Guardacaso, Berlusconi è imputato per 1.500 miliardi di lire in nero su 64 società del «comparto estero» Fininvest. Teoricamente, versando all’erario appena 50 miliardi di lire, può far rientrare tutto quel denaro senza neppure farlo sapere. Il risultato dello scudo, comunque, è deludente, ben al di sotto delle aspettative: appena 1.600 milioni di euro.
  38. Così nel 2003 Tremonti concede il bis, riaprendo i termini per scudare i capitali rimpatriati. Ma anche il secondo scudo porta un misero gettito nelle casse dello Stato: 497 milioni appena. Alla fine, tra il primo e il secondo, si incasseranno circa 2 miliardi di euro, a fronte di 77 miliardi rientrati, almeno sulla carta, in Italia (31,7 «regolarizzati» più 46 rimpatriati).
  39. Esenzione Ici pro Chiesa (2005). Nella finanziaria approvata nel dicembre 2005 per il 2006, la Cdl stabilisce che le confessioni religiose che hanno sottoscritto l’Intesa con lo Stato italiano non pagheranno l’Ici nemmeno sugli immobili a fini commerciali. Un ottimo sistema per comprare, a spese dei contribuenti, i voti controllati dalla Cei in vista delle elezioni del 2006. L’esenzione riguarda anche le associazioni no profit. La Cgil stima un enorme buco nei bilanci dei comuni: non meno di 500-700 milioni di euro l’anno.
  40. Inquinamento legalizzato (2001-2002). Nel 2001 la procura di Firenze apre un’inchiesta sui lavori per l’Alta velocità in Toscana: durante gli scavi delle gallerie, è stato inquinato l’ambiente, intaccando le falde acquifere. A risolvere il problema all’italiana, provvede la legge Lunardi 443/2001: terre e rocce da scavo, anche di gallerie, non costituiscono più rifiuti e possono essere utilizzate per riempire cave o depressioni del terreno, anche se contaminate da sostanze inquinanti. Ma solo se la composizione media dell’intera massa non presenta una concentrazione di inquinanti superiore ai limiti massimi previsti dalle leggi vigenti. Il trucco c’è e si vede: basta diluire l’inquinamento aumentando il volume della massa considerata. In pratica una tonnellata di materiali contaminati viene mischiata con 100 tonnellate di rocce «pulite» e il gioco è fatto: tutto risulta in regola, anche se l’inquinamento è stato soltanto mascherato, non certo eliminato. Il 7 marzo 2002 il governo fa di più e di peggio: dichiara con apposito decreto non più inquinanti le emissioni tossiche dello stabilimento Enichem di Gela, sequestrato dalla magistratura. L’impianto riapre. Salvi tutti gli indagati. Nell’agosto 2002 concede il tris con un’«interpretazione autentica» del concetto di rifiuto: migliaia di tonnellate di residui di produzione, anche pericolosi, con un semplice tratto di penna vengono «riabilitati». All’improvviso non sono più rifiuti, ma sostanze riutilizzabili seguendo norme meno rigorose e cautelative. Più veleno per tutti.

Bene, per oggi penso possa bastare. Alla prossima puntata con il Prodi 2

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One Response to Per non dimenticare: PDL=PD 3

  1. dante paleari scrive:

    io lotto all evasione fiscale…
    grilliniiiiii siate con meeeee
    http://www.4minuti.it/news/editrice-europea-srl-meno-tasse-basta-guerra-evasione-0078070.html

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